L'ABBRACCIO DEL PAPA
L'ABBRACCIO DEL PAPA
16.09.2026 - 17:31
Nicoletta Fini
Quel giorno Frosinone non aveva soltanto voglia di vedere il Papa. Aveva bisogno di incontrarlo. Quelle sensazioni, quelle emozioni, restano sui volti immortalati nelle fotografie, nei racconti di chi c’era, nelle voci di chi continua a dire: «Io quel giorno ero lì». Per Frosinone, una di quelle giornate è il 16 settembre 2001: la domenica in cui Giovanni Paolo II attraversò la città sulla papamobile e decine di migliaia di persone si raccolsero nel quartiere Cavoni per incontrarlo. Era appena cominciato il nuovo millennio. Ma soprattutto, erano trascorsi soltanto cinque giorni dall’11 settembre. E così quella che doveva essere una giornata di festa divenne anche una giornata di preghiera. Per Frosinone, per il Papa, per le vittime americane, per un mondo che improvvisamente aveva paura del proprio futuro.
Prima arrivò il rumore dell’elicottero. Poi l’attesa, le transenne, gli uomini della sicurezza, le finestre aperte, i balconi pieni. E infine quella macchina bianca che avanzava lentamente tra la folla. Giovanni Paolo II era arrivato a Frosinone. Era il 16 settembre 2001. Una domenica di fine estate. Ma anche una domenica diversa da quella che tutti avevano immaginato. Soltanto cinque giorni prima il mondo aveva assistito all’attacco alle Torri Gemelle. L’America contava i suoi morti e nessuno sapeva ancora quale sarebbe stato il giorno dopo. Forse per questo, quando il Papa passò per le strade di Frosinone, la gente non lo salutò soltanto. Lo cercò. Voleva vederlo da vicino, voleva stringergli la mano, per baciarla, per affidargli una preghiera. Lo cercava per ascoltare una parola capace di attraversare la paura che in quei giorni era entrata nelle case di tutti.
La celebrazione si svolse a Cavoni, dove erano in corso i lavori per la costruenda chiesa di San Paolo Apostolo. In quell’occasione Giovanni Paolo II benedisse la prima pietra della nuova chiesa. E quella visita aveva anche un suo segno, un’immagine e soprattutto un messaggio. «Un cuor solo e un’anima sola sulla Tua Parola», il logo nato dalla preghiera che monsignore Boccaccio aveva composto per una degna preparazione spirituale della famiglia diocesana all’importante incontro con il Papa. Una frase che racchiudeva il desiderio di una Chiesa capace di ritrovare la propria unità e di rinnovarsi partendo dalla Parola di Dio. Il cuore e l’anima diventavano così l’immagine di una comunità intera: sacerdoti, famiglie, giovani, anziani, tutti insieme.
Mentre il mondo era stato improvvisamente diviso dalla paura, Frosinone si preparava ad accogliere il Papa proprio nel segno dell’unità. Quel 16 settembre lo accolse con una mobilitazione straordinaria. Giovanni Paolo II partì in elicottero da Castel Gandolfo e raggiunse il capoluogo. Ad attenderlo, tra gli altri, oltre a monsignor Salvatore Boccaccio, cardinali, vescovi, sacerdoti arrivati anche da altre diocesi, il vicepresidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini, il ministro per l’Attuazione del programma di Governo Giuseppe Pisanu, l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Raniero Avogadro, il prefetto Francesco Marino, il presidente della Regione Lazio Francesco Storace, il presidente della Provincia Francesco Scalia e il sindaco di Frosinone Domenico Marzi.
E l’altra accoglienza era già fuori, lungo le strade. La papamobile iniziò il suo percorso. Circa tre chilometri attraverso Frosinone, tra due ali di folla. La gente stava sui marciapiedi, dietro le transenne, affacciata alle finestre, sui balconi e sulle terrazze. Chi non era riuscito a scendere in strada cercava comunque un punto da cui poter vedere quel passaggio. E quando la papamobile arrivava, le voci si alzavano. «Giovanni Paolo. Giovanni Paolo». Un coro lungo, incessante, che quel giorno sarebbe entrato anche nelle immagini della Rai. Giovanni Paolo II entrava nel cuore del capoluogo. La destinazione era il quartiere Cavoni, piazzale Vienna. Lì lo aspettavano decine di migliaia di persone. Giovani soprattutto. Tanti giovani che oggi hanno qualche capello bianco in più, famiglie che allora erano ancora giovani famiglie, bambini che oggi sono adulti. E tanti sacerdoti. Alcuni di quei sacerdoti sono saliti al cielo, ma hanno lasciato il ricordo di quella giornata nelle loro omelie, nei racconti, negli incontri con i giovani, ripetendo negli anni le parole di Giovanni Paolo II. Tra quella folla c’erano anche persone vestite con gli abiti tradizionali ciociari. Era il modo di una terra di presentarsi al Pontefice senza rinunciare alla propria identità.
Indimenticabili anche le coreografie preparate con i colori e le bandiere di tanti Paesi del mondo. Un’idea semplice e potentissima: mettere insieme nazioni, popoli e culture differenti sotto lo stesso cielo. In primo piano c’erano le bandiere degli Stati Uniti. Non poteva essere diversamente. Cinque giorni prima New York e Washington erano state colpite da atti terroristici. C’erano migliaia di persone, ma ognuno custodiva un incontro diverso: uno sguardo, un saluto, una stretta di mano, un’immagine del Papa che passava lentamente sulla papamobile. C’era una città che, proprio mentre il mondo aveva scoperto la paura, aveva scelto di stringersi attorno a un uomo vestito di bianco. Forse è per questo che quella giornata non è mai finita davvero. È rimasta nelle fotografie ingiallite, nei racconti dei ragazzi diventati adulti, nelle parole dei sacerdoti che l’hanno raccontata per anni, nei volti di chi oggi non c’è più. È rimasta nei ricordi di chi c’era fisicamente e di chi la visse a distanza, seguendola dalla televisione. È rimasta nell’Albero della Pace, nell’ulivo, nelle bandiere americane accanto a quelle di tanti altri Paesi. E soprattutto è rimasta nel cuore di chi c’era. E anche nel cuore di chi, pur non potendo esserci, quel giorno si sentì parte di quella folla.
Ma per capire fino in fondo cosa rappresentò quella giornata bisogna tornare alle parole che Giovanni Paolo II pronunciò davanti a quella folla. Parole che, ascoltate oggi, raccontano ancora meglio il clima di quelle ore e spiegano perché quella visita sia rimasta così profondamente nella memoria della città. Il Papa innanzitutto ringraziò Frosinone e tutta la Diocesi per la calorosa accoglienza ricevuta. Era il ringraziamento di un uomo che aveva trovato una città con le braccia e il cuore aperti, una comunità che lo aveva aspettato e che aveva trasformato quella domenica in un momento di incontro e di preghiera. Ma subito dopo il Papa affidò alla Vergine Maria tutti gli abitanti della Ciociaria e il cammino della nostra diocesi. Il Papa rivolse poi un pensiero alle persone colpite dal tragico attentato terroristico negli Stati Uniti. Pregò per le vittime, per i superstiti e per le famiglie che stavano vivendo il dolore della perdita. Quel giorno Frosinone non chiese al Papa risposte sul futuro. Gli affidò semplicemente le proprie paure. E Giovanni Paolo II, prima di ripartire, lasciò alla città qualcosa che il tempo non è riuscito a portare via: la sensazione che, anche quando il mondo sembra smarrire la strada, ci si possa ancora ritrovare insieme. Un cuor solo. Un’anima sola. Sulla Sua Parola.
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Don Dino Mazzoli
Il 2001 per Frosinone non è stato solo l’anno del cambio di millennio appena attraversato, ma una primavera calda di voci, chitarre e un’attesa vibrante. Tra i tanti giovani radunati per accogliere Papa Giovanni Paolo II nella tappa ciociara, c’ero anche io, vent’anni appena compiuti, jeans strappati e nessuna intenzione di entrare in seminario.
Frequentavo la parrocchia con assiduità e a quell’evento ero arrivato perché eravamo il gruppo dei ministranti, ragazzi un po’ cresciutelli che però amavano servire all’altare.
Ricordo il rumore dell’elicottero, il vento che sollevava la polvere e le parole di Karol Wojtyła che sembravano scendere dritte dentro al petto. Il Papa ci disse di non aver paura di essere “sentinelle del mattino”. In quel momento non capii fino in fondo, ma qualcosa in me si incrinò, come un guscio che si rompe.
Per cinque anni sono andato avanti sui binari della quotidianità: l’iscrizione all’università, gli esami di lettere, le serate nei locali della provincia. Eppure, quel sottofondo rimasto acceso nel settembre del 2001 non si spegneva. Continuava a bussare nei momenti di silenzio, tra una pagina e un tragitto in treno verso Roma.
Poi, la svolta. Nel 2005, a quattro anni esatti da quel raduno che cambiò il volto di Frosinone, ho varcato la porta del seminario di Anagni. La vocazione non è un fulmine improvviso, è un seme che richiede tempo per mettere radici. A Frosinone nel 2000 ho ricevuto il seme; nei cinque anni successivi ho solo smesso di aver paura di farlo crescere.
Che cosa ricordo di quel 16 settembre 2001? Un brusio immenso, un mare di voci che si fonde in un unico, gigante respiro.
Attorno a me ci sono tantissimi ragazzi, eppure, dentro, il cuore batte con un ritmo solitario, forte, quasi spaventato. Di esperienze forti ne avevamo fatte tante come gruppo di amici ma l’idea di incontrare il Papa per noi era impensabile quando mons. Salvatore Boccaccio ci invitò ufficialmente. Fu per noi una gioia immensa e costruimmo quell’attesa come una bella occasione di conoscerci con tutti gli altri giovani della diocesi. Tutti provenienti da parti diverse. Tutti con una storia diversa da offrire. Una cosa ci accomunava: essere lì ed essere felici. Era stato preparato tutto nel minimo dettaglio. Ognuno quasi come un tassello di un puzzle. Mancava l’ultimo pezzo e noi già pronti ad esultare.
Ad un certo punto, l’aria cambia. Un’ondata di urla, di canti e di mani alzate comincia a salire in fondo all’ora distesa vuota, come un’onda che si propaga veloce verso di me.
Cerchiamo curiosi il motivo di quella gioia, lo cerchiamo tra i volti segnati dalla veglia della notte. Sento la pelle d’oca sulle braccia prima ancora di capire cosa stia succedendo. La vista appannata dal sole e da un’emozione improvvisa che non so neanche spiegare. Ed eccolo.
Non è più un’immagine vista in televisione. È lì, a pochi metri da me.
La tunica bianca cattura la luce, ma quello che ti ferma davvero è il suo sguardo. È stanco con una sofferenza dignitosa che ha dentro un sorriso che rassicura una dolcezza quasi disarmante, semplice, straordinariamente umana. Gli porgo il turibolo timoroso, mi guarda e sorride. Un movimento lento ma deciso. L’incenso inizia a bruciare e a diffondere il profumo. Il mio sguardo rimane su di lui, sulle mani tremanti. In quel secondo preciso, il baccano attorno a me sparisce. Sento una stretta al petto, uno di quei nodi in gola che non vengono dalla tristezza, ma da qualcosa di troppo grande per essere contenuto. È la sensazione di non essere soli, di far parte di un disegno enorme e, allo stesso tempo, di essere visti e capiti nella propria fragilità. La celebrazione continua scandita dai canti e dai colori di una Ciociaria che non avevo mai visto ma che è consapevole di un pezzo di storia che si sta scrivendo in quell’istante preciso. Ognuno quel giorno porterà a casa qualcosa che non sarà piu come prima. Quel giorno ho incontrato non solo un uomo, ma la Chiesa stessa. Quell’uomo venuto da molto lontano era vicino a me, mi ha teso la mano e mi ha detto con un sorriso “non avere paura”. Da quel giorno ho capito che forse la paura non esiste, ma ho una certezza: uno sguardo può cambiare la vita. Per me è stato questo.
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Corrado Trento
Il ricordo di quel giorno è impresso nella memoria soprattutto emotiva. Domenico Marzi era il sindaco di Frosinone, al primo mandato. Dice: «Quando diedi il benvenuto a Papa Giovanni Paolo II avevo la consapevolezza di trovarmi davanti alla Storia. Non ci sono dubbi».
A venticinque anni di distanza Marzi spiega: «Però il ricordo non può fermarsi soltanto a quel giorno. Inevitabilmente va anche alla lunga e impegnativa fase preparatoria, durante la quale ho avuto la fortuna e il privilegio di approfondire la conoscenza con un uomo straordinario, il vescovo Salvatore Boccaccio. Lui trasudava cristianità: abbiamo immediatamente percepito che tra noi ci sarebbe stato un rapporto speciale. Devo dire che mi ha avvicinato al Cristianesimo, al pensiero cattolico. Facendomi comprendere fino in fondo i concetti che lui declinava quotidianamente: la carità, la solidarietà, l’amore per il prossimo, l’attenzione per gli ultimi. Vedere vicini Karol Wojtyla e Salvatore Boccaccio è stata un’emozione davvero unica».
Continua Domenico Marzi: «Dicevamo della fase preparatoria. Decidemmo di mettere a disposizione lo spazio dei Cavoni, grande e non ancora interessato dagli interventi urbanistici successivi. Un evento che era stato preparato nei minimi dettagli. Fra l’altro, relativamente all’aspetto dell’ordine pubblico, l’attentato alle Torri Gemelle di qualche giorno prima, aveva imposto ulteriori misure. Tutte drastiche. Ma devo dire che lo svolgimento della visita non ne risentì, specialmente per quanto riguarda l’aspetto più importante: il rapporto speciale e diretto del pontefice con i fedeli. Per quella manifestazione arrivarono finanziamenti da tutti: industriali e semplici cittadini, associazioni di categoria e parti sociali. Tutti. In maniera trasversale. Nel senso positivo di questo termine. Una curiosità: il palco che allestimmo a Cavoni per Giovanni Paolo II qualche giorno dopo venne utilizzato per un concerto (gratuito) di Lucio Dalla.Questo per dire come l’organizzazione funzionò alla perfezione».
Chiediamo a Domenico Marzi: se chiude gli occhi, quale il primo ricordo del 16 settembre 2001? Risponde: «L’elicottero del Papa che atterra alla Villa Comunale. C’erano Gianfranco Fini, Beppe Pisanu, Francesco Storace, Francesco Scalia e tutto il mondo politico, non soltanto frusinate. Ma ricordo soprattutto l’emozione della gente, un’emozione che si respirava, Karol Wojtyla trasmetteva i valori della cristianità, ha fatto la storia e questo si percepiva. Un uomo eccezionale, davanti al quale venivano in mente gli insegnamenti del Cristo. Poi un’emozione immensa quando l’ho salutato insieme a mia moglie e ai miei figli. Indimenticabile. Il colpo d’occhio ai Cavoni era incredibile. Penso ci fossero trentamila persone. E poi i cori, l’acclamazione, le preghiere, i manifesti per il Pontefice. L’affetto, l’amore. Mai vista tanta gioia spontanea. In quel momento mi sono stati chiari gli insegnamenti di Salvatore Boccaccio sulla forza della fede. Voglio aggiungere una considerazione: successivamente Karol Wojtyla è stato proclamato Santo. Pensando adesso a quel giorno, il legame che aveva con i fedeli portava già in quella direzione. Lui era speciale. Ecco, per tutto questo sarò sempre grato a Salvatore Boccaccio per il tempo che mi ha dedicato e per quello che ha saputo trasmettermi».
Rileva ancora Domenico Marzi: «Il momento storico di allora (come del resto quello attuale) era particolare. L’attentato alle Torri Gemelli aveva sconvolto gli Stati Uniti e il mondo e la preoccupazione di un possibile conflitto su larga scala era enorme. Giovanni Paolo II lanciò un messaggio di pace eccezionale, fortissimo, potente. E allora ti rendevi conto davvero perché aveva scritto pagine di storia. Perché lui stesso era destinato a passare alla storia. Wojtyla aveva subìto un attentato, sapeva di essere un Papa scomodo. L’attentato alle Torri Gemelle aveva appena segnato l’ora più buia della storia contemporanea ma lui ripeteva che la luce di Cristo era più forte delle tenebre. Ecco perché quel 16 settembre 2001 rimane indimenticabile. Anche nella storia di Frosinone. A Frosinone ci sono state visite di diversi Papi, tutte importanti. Ma quello era un momento particolare e Giovanni Paolo II sicuramente è stato un Pontefice eccezionale». Conclude Marzi: «Nell’omelia il Pontefice affermò tra l’altro: “Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, sii una famiglia di santi! In questa amata terra di Ciociaria, patria di illustri personaggi e generosi servitori del Vangelo, sii “sale della terra” e luce del mondo”. Il carisma personale, la capacità di comunicare in maniera diretta e potente non soltanto facevano la differenza. Hanno segnato la storia. Indimenticabile».
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Nicoletta Fini
Ricordando San Giovanni Paolo II in Ciociaria: mostre, preghiere, musica e testimonianze.
Un percorso di memoria e fede per ricordare le visite di San Giovanni Paolo II nell anostra provincia. Le diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino e Anagni-Alatri promuovono una serie di appuntamenti tra settembre e ottobre, con mostre fotografiche, video, momenti di preghiera, riflessioni, musica e celebrazioni.
Oggi, alle ore 18, nella parrocchia di San Paolo Apostolo a Frosinone sarà inaugurata una mostra fotografica dedicata alla visita di Papa Giovanni Paolo II nel capoluogo, con ricordi, immagini e video.
Domenica 20 settembre, alle ore 10, sempre nella parrocchia di San Paolo Apostolo a Frosinone, spazio alla mostra filatelica e fotografica, con cartoline-ricordo e annullo postale dedicato all’evento.
Sabato 3 ottobre, alle ore 11, appuntamento al santuario della Santissima Trinità di Vallepietra con un momento di preghiera e riflessione, accompagnato dalla mostra fotografica dedicata alla visita di San Giovanni Paolo II al santuario, avvenuta ad ottobre 2000. Giovedì 15 ottobre, alle 18.30, nella chiesa di Santa Maria Maggiore ad Alatri, concerto del Coro Polifonico Città di Alatri, insieme a letture, immagini e video per ricordare la visita del Santo Padre nel 1984. Venerdì 16 ottobre, alle 17, nella cattedrale di Santa Maria ad Anagni, è prevista una visita speciale alla cripta di San Magno, dedicata alle parole di San Giovanni Paolo II, oltre a una mostra fotografica sulla sua visita del 31 agosto 1986.
Sabato 17 ottobre, alle ore 10, a Piglio, camminata e riflessioni sul “Sentiero di San Giovanni Paolo II”, per ricordare l’evento del 14 aprile 2004.
Domenica 18 ottobre, alle ore 12, nella sala del Frantoio della Collegiata di Carpineto Romano (che fa parte della diocesi di Anagni-Alatri) sarà allestita una mostra fotografica e dei ricordi della visita di San Giovanni Paolo II del 1° settembre 1991. A chiudere il programma, giovedì 22 ottobre alle ore 18.30, nella parrocchia di San Paolo Apostolo a Frosinone, la concelebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo Santo Marcianò. Un calendario di appuntamenti che vuole mantenere viva la memoria delle visite di San Giovanni Paolo II, ripercorrendo attraverso immagini, testimonianze, preghiera e momenti comunitari il legame tra il pontefice e il territorio ciociaro.
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Pietro Pagliarella
Il 16 settembre 2001 Frosinone fu teatro di una giornata destinata a incidersi in modo permanente nella memoria collettiva e nel tessuto urbanistico della città. La visita pastorale di papa Giovanni Paolo II non rappresentò soltanto un solenne momento di elevazione spirituale, ma si configurò come un autentico catalizzatore di palingenesi urbana e sociale.
In una fase storica permeata di smarrimento, a pochissimi giorni dal tragico attentato alle Torri Gemelle, il pontefice polacco portò nel capoluogo ciociaro una parola di speranza che si fece immediatamente pietra angolare, progetto, visione di futuro per una comunità in cerca di identità. L’eredità tangibile di quella storica giornata trovò il suo fulcro propulsore nel quartiere di Cavoni, enclave residenziale che all’epoca accoglieva oltre cinquemila anime. In quella sede, Karol Wojtyła impartì la benedizione al cantiere della nascente chiesa intitolata a San Paolo Apostolo. Quell’atto simbolico diede il via a un cospicuo processo di rigenerazione per un’area fino ad allora penalizzata da una dolorosa condizione di periferia dormitorio. La struttura ecclesiale, consacrata e inaugurata ufficialmente l’8 dicembre 2005, divenne sin da subito non solo presidio di fede, ma operoso centro di aggregazione e presidio socio-culturale. La traiettoria rigenerativa innescata dalla presenza pontificia conobbe un ulteriore, fondamentale approdo il 9 giugno 2013 con l’inaugurazione dell’Auditorium Diocesano.
L’opera completò l’architettura spirituale e civile del quartiere, dotando la città di uno spazio polifunzionale d’eccellenza, vocato al dibattito, alla musica e alla formazione delle giovani generazioni. La combinazione tra il tempio spirituale e il polo culturale parve finalmente restituire a Cavoni quella dignità urbana a lungo rivendicata, trasformando un’area marginale nel cuore pulsante dell’animazione diocesana e cittadina.
Tuttavia, a distanza di un quarto di secolo da quell’evento epocale, la parabola della riqualificazione di Cavoni non può dirsi felicemente conclusa. L’eredità materiale di papa Wojtyła attende ancora il proprio compimento definitivo. Emblematico in tal senso appare il destino della cosiddetta “Palazzina Multicolor”, la cui incompleta definizione, unitamente alla mancata attivazione dei servizi essenziali ad essa connessi, resta una ferita aperta. La struttura, concepita per integrare l’offerta socio-assistenziale e ricreativa della zona, giace in uno stato di sospensione che mortifica le legittime aspettative dei residenti anche se qualcosa si sta muovendo. Il riscatto dei Cavoni necessita oggi di un assiduo e rigoroso impegno programmatico da parte delle istituzioni civili, chiamate a portare a termine le opere incompiute con senso di responsabilità e visione prospettica. Il completamento dei servizi e delle strutture pendenti costituisce un dovere morale improcrastinabile. Sarebbe infatti un paradosso inaccettabile dover auspicare l’avvento di un nuovo passaggio pontificio per imprimere la spinta decisiva a un processo che la politica e l’amministrazione locale dovrebbero garantire con ordinaria efficienza. L’insegnamento di Giovanni Paolo II rimarrà fecondo solo se la città saprà farsi custode attiva di quella promessa di rinascita, traducendo la memoria in concreta azione quotidiana.
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